Avevo creduto, Dottori,
che nell'edificio fatiscente
dove sono costretto,
le vostre cazzuole chimiche
avrebbero riempito i muri cavi
nei quali rimbomba,
sordo e sperduto,
il ticchettare delle unghie
dei miei pensieri di ratto.
Che a quelle finestre,
dai vetri sporchi e sottili,
tremanti a ogni vento
di afa o di gelo,
la vostra chimica avrebbe dato
nuove guarnizioni a proteggermi,
dal ghiaccio e dal sole del fuori.
Che non avrei sentito,
più così forti e taglienti,
passi e risate estranei
sopra la mia testa.
Ma i vetri, ancora opachi,
li avete resi doppi
e la luce è la metà,
mentre gli spifferi,
furbi quelli,
han trovato nuove vie
per cenare con me.
Sono più radi i passi,
meno nette le voci,
o forse sono solo io
più cieco e sordo di prima.
Eppure quei pensieri
nascosti nelle intercapedini,
come colonie di ratti
ancora ticchettano sghembi
sulle loro zampette immonde.
Solo, un poco di meno.
Solo, un poco di più.
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