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Visualizzazione dei post da giugno, 2011

Tre.

Riccardo era quel tipo di rompiballe che spunta da sotto a un tombino quando meno te lo aspetti e quando meno vorresti avere qualcuno intorno. Quel tipo di persona che ti ritrovi accanto e non capisci da dove sia venuta fuori, non so se mi spiego. Ma probabilmente ognuno di noi incontra almeno un Riccardo, nella sua vita, un ninja della molestia silenzioso e invisibile fino al momento in cui non decide di salutarti e di raccontarti qualcosa. Per dirla tutta non sarebbe stato neanche eccessivamente fastidioso se gli fosse riuscito di limitarsi ai racconti perché a volte, bisognava riconoscerglielo, tirava fuori dal cappello certi aneddoti che ti facevano contorcere le budella dalle risate. Purtroppo la sua tendenza a enfatizzare, a gonfiare ogni racconto senza che ce ne fosse apparente motivo, unitamente a una logorrea che, a sua parziale discolpa (avendo avuto in più di una occasione la ventura di passare una mezz’ora in compagnia di sua madre) ho sempre ritenuto essere congenita, ...

Due.

Torno in strada accompagnato da un grappolo di sensazioni contrastanti. Nelle ultime ventiquattro ore ho perso il lavoro e sono stato scaricato come un'automobile incidentata e troppo costosa da riparare. Eppure. Eppure anche se avrei tutte le ragioni per essere vittima di un attacco di depressione con annessi tentativi di suicidio non riesco a cedere al pessimismo, anzi ho l'impressione che tutti i pezzi stiano andando al loro posto, lentamente, seguendo traiettorie improbabili. L'aria è calda, il cielo è limpido e una rara brezza lombarda mi porta un certo odore di primavera inoltrata alle narici, che riesce a filtrare tra i gas di scarico e la puzza di piscio. A ben vedere è un discreto risultato, rispetto agli standard olfattivi di questa città. Mi sento fortunato, sì. Probabilmente è solo la conseguenza dello shock, ma mi sento fortunato. In fondo, parlando tra me e me continuo a ripetermi che se tutto fosse ancora come era qualche giorno fa, in questo momento sar...

Uno.

Il palco è dritto davanti a me. Un rombo di legno laminato ricoperto da moquette dozzinale tenuta insieme con una fila di chiodi, regolare come la dentatura di un senzatetto settantenne. Muddy Waters sta suonando la chitarra e cantando mentre il pubblico si dimena. Nonostante tutto sembri decisamente reale mi rendo conto che quel concerto lo sto sognando, sia perchè il buon Muddy è cadavere da un pezzo, sia perchè mentre la band suona tre minorenni seminude si stanno contendendo il mio cazzo con la bocca. Muddy Waters. Strizzo gli occhi e le ninfette spariscono insieme al palco e a tutto il resto. Il blues rimane. Cerco di aprire gli occhi ma le palpebre sono incollate e mi servono tre tentativi per riuscire a intravedere il monitor del pc che illumina la stanza. La sveglia non ha ancora suonato, quindi siamo nel cuore della notte o quantomeno dalle parti dell'alba. Ma il blues c'è ancora e sento ancora la voce di Muddy Waters, cazzo. Strizzo ancora gli occh...