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Una volta scrivevo, poi ho iniziato a stare bene.

 Potevo partire

Dario Parrinello




Il palco è dritto davanti a me. Un rombo di legno laminato ricoperto da moquette dozzinale, tenuta insieme con una fila di chiodi regolare come la dentatura di un settantenne. Muddy Waters sta suonando la chitarra e cantando mentre il pubblico si dimena. Nonostante tutto sembri decisamente reale mi rendo conto che quel concerto lo sto sognando, sia perché Muddy Waters è cadavere da un pezzo, sia per le tre tizie seminude che mi si strusciano addosso. Muddy Waters. Strizzo gli occhi e le ninfette spariscono insieme al palco e a tutto il resto. Il blues rimane. Cerco di aprire gli occhi ma le palpebre sono incollate. La sveglia non ha ancora suonato, quindi siamo nel cuore della notte o quantomeno dalle parti dell'alba, ma il blues c'è ancora e sento ancora la voce di Muddy Waters, cazzo. Strizzo ancora gli occhi e riesco a collegare finalmente il suono che sento alla suoneria del cellulare.

Qualcuno mi sta chiamando nel cuore della notte.

Grugnisco e cerco di mettermi seduto sul bordo del letto mentre quel bastardo non smette di squillare, mi stropiccio gli occhi con la destra e allungo il braccio sinistro verso il cellulare. Sul display lampeggia una scritta. Loris, il mio capo. Faccio scivolare lo schermo verso l'alto e rispondo alla chiamata cercando di mascherare il tono di voce da oltretomba. Fallisco.

– Oddio, stavo dormendo, che cazzo è successo? Perché mi chiami a quest'ora di notte?

– Notte? Macché notte, coglione! È mezzogiorno passato, vuoi deciderti a venire al lavoro o dobbiamo aspettarti ancora per molto?

Da come ha scandito coglione risulta chiaro che non ha gradito la mia sorpresa, così come è ormai chiaro che la sveglia ha effettivamente suonato e che io devo averla zittita.

– Cazzo... Cazzo! Non ha suonato la sveglia, non so cosa sia successo, sto arrivando!

Clic.

Scatto verso la porta del bagno, mentre calcio le scarpe fuori dalla camera da letto per avvicinarle alla porta e acchiappo al volo i vestiti che ho tolto la sera prima, lavo sommariamente i denti, cerco di dare una forma ai capelli infilandoci una mano in mezzo, mi arrendo al secondo tentativo, mi lascio scivolare dentro ai vestiti ed esco. L'ascensore è al mio piano, mi ci infilo e approfitto della discesa per darmi un'occhiata allo specchio. La riga del cuscino sembra una di quelle cicatrici che sfoggiano gli immigrati meno raccomandabili, cerco di farla andare via massaggiandola con le dita ma è troppo profonda. Se ne andrà da sola. Salto su un autobus mezzo vuoto e scendo dopo due fermate per poi imbucarmi in metropolitana e percorrere il ventre di Milano per qualche chilometro. Supero il tornello e caracollo su un'altra sequela di gradini fino ad arrivare alla banchina. Il prossimo treno arriverà tra due minuti. Osservo i cartelloni pubblicitari fingendo interesse, poi passo a studiare la mappa dei trasporti pubblici finchè il vagone non arriva, fracassandomi le orecchie e vomitando un fiotto di fighetti vestiti da cazzoni, cazzoni vestiti da fighetti, giapponesi e modelle simil-anoressiche che sciamano sulla banchina della stazione. Tiro il fiato e mi incastro in mezzo al groviglio di arti sudati che lotta per non farsi espellere prima del tempo, con il gomito di un manager conficcato nel plesso solare e il non-so-cosa di non-so-chi che cerca di scardinarmi una vertebra dalla schiena. Mi spengo. Il sonno non è ancora svanito del tutto, il che mi conferisce un certo grado di insensibilità al dolore, e in quella posizione sono abbastanza compresso da risultare stabile, almeno finchè il manager o il non-so-chi non decideranno di scendere o di spostarsi in cerca di ossigeno. Conto le fermate e alla quarta apertura delle porte ricambio il favore al manager e allo scardinatore di vertebre, piazzando una spallata nella schiena dell'uno e un tallone nello stinco dell'altro mentre scendo.

– Ma che modi sono, faccia attenzione!

Fottiti.

Calpesto il linoleum nero mentre mi lascio spingere verso l'uscita da un plotone rumoreggiante di turisti in Birkenstocks e calzini bianchi. Il culo della tizia di fronte a me allieta la risalita verso la luce e quando sbuco in piazza San Babila ormai lo conosco centimetro per centimetro. Giro l'angolo e cammino più spedito che mi riesce verso il portone dell'agenzia, suono il citofono e aspetto che qualcuno mi risponda. Il portiere è sparito nel nulla e il portone è chiuso. Stronzo di portiere, non muove un dito dalla mattina alla sera, vive a due passi dal Duomo e probabilmente guadagna quanto me. Scambierei i rompimenti di palle di quelle scimmie arricchite che ho per clienti con ogni singolo istante della sua vita passata a smistare la posta e a grattarsi il culo, anche adesso. Finalmente qualcuno si degna di arrivare al citofono, la serratura ronza, spingo il portone e sono dentro. Potrei prendere le scale ma aspetto l'ascensore per controllare la riga sulla guancia allo specchio. È ancora perfettamente al suo posto, nitida come i dettagli del perizoma della tizia di prima. Si fotta e si fotta chiunque me lo farà notare. La porta scorre alle mie spalle mentre sono ancora impegnato a controllare i segni del risveglio traumatico sulla mia faccia. Appoggio le spalle sulla porta esterna, respiro profondamente e ruoto su un piede mentre spingo la maniglia della porta con il gomito. È fatta, sono dentro. Claudia mi aspetta davanti alla porta. Ai suoi tempi dev'essere stata una bella ragazza, ma i suoi tempi sono passati da un pezzo.

– Loris ti aspetta nel suo ufficio, datti una mossa.

La frase sarebbe già spiacevole in sé e ascoltarla dalla sua voce nasale la rende ancora più fastidiosa, ma quantomeno mi stimola a correre il più velocemente possibile verso il patibolo. Appena entrato nell'ufficio del capo è subito chiara l'aria che tira. La faccia da bracco di Loris è più tirata del solito, mentre scribacchia qualcosa sull'agenda.

– Ah, sei arrivato! Accomodati, ti devo parlare di un paio di cose.

Mi avvicino alla sedia, mi puntello con le mani sui braccioli e mi lascio scendere lentamente.

– Certo Loris, scusami se ho...

– Zitto e ascolta. Sai bene che non è un periodo roseo per l'agenzia. In questi anni abbiamo imparato a conoscerci e sai che non prenderei certe decisioni a cuor leggero, quindi non pensare che quello che sto per dirti mi faccia felice.

Sta per mettermelo in culo, è più che chiaro e stranamente sto fremendo per sapere come lo farà.

– Il tuo contratto scadrà a fine mese e insomma…

Fa una pausa, accende una sigaretta e prosegue: – Abbiamo deciso di sostituirti con due stagiste per contenere i costi. Non mi fa piacere dirtelo perché sai che l'agenzia è come una famiglia.

Famiglia un cazzo, pezzo di merda. Ti ci vorrei vedere a sostituire tuo figlio con due stagiste. Ma in effetti, conoscendolo, non mi sorprenderei più di tanto se lo facesse, ammettendo ovviamente che le due stagiste siano giovani, carine e disponibili.

Riesco a trattenere una smorfia.

– Resta da chiudere l'evento che abbiamo in programma per il prossimo weekend e poi potrai considerarti libero.

– Certo, l'evento del prossimo weekend. C'è ancora molto lavoro da fare, vero?

– Assolutamente sì. Ma sarà stimolante, vedrai.

Scompongo in sillabe le parole “gran pezzo di merda” e me le faccio rotolare in testa: gran-pez-zo-di-mer-da. Respiro. Sorrido. Mi alzo dalla poltroncina e faccio qualche passo verso la porta.

– Giusto Loris, ci sarà sicuramente da lavorare molto. E l'agenzia farà un'ottima figura come sempre.

Quando sono ormai arrivato al corridoio concludo:

– Che altro posso dire, se non augurarvi di fare un buon lavoro?

Mi lascio alle spalle un “ma” interdetto mentre attraverso il corridoio per l'ultima volta. Torno in strada accompagnato da un grappolo di sensazioni contrastanti. Nelle ultime trentasei ore ho perso il lavoro e sono stato rottamato dalla mia ormai ex compagna come fossi un'automobile incidentata e troppo costosa da riparare. Eppure. Eppure non riesco a cedere al pessimismo, anzi ho l'impressione che tutti i pezzi stiano andando al loro posto, lentamente, seguendo traiettorie improbabili. L'aria è calda, il cielo è limpido e una rara brezza lombarda mi porta un certo odore di primavera inoltrata alle narici, che riesce a filtrare tra i gas di scarico e la puzza di piscio. A ben vedere è un discreto risultato, rispetto agli standard di questa città. Probabilmente è solo la conseguenza dello shock, ma mi sento fortunato. In fondo, se tutto fosse ancora come qualche giorno fa, in questo momento sarei chiuso in una stanza a fare i conti con email senza volto, telefoni, uno schermo e una vita frustrante, mentre adesso respiro sentendo il sole sul viso e quella strana sensazione sulla pelle che ti danno le braccia scoperte ai primi caldi. Passo dopo passo si fa sempre più forte la convinzione di non essere stato lasciato a casa, di non essere stato lasciato solo. Sono stato lasciato libero. Il risentimento continua a fare capolino tra un sussulto del cuore e l'altro, e a volte ringhia furiosamente, ma il senso di non appartenenza a nulla e a nessuno tranne che a me stesso è troppo vivo e splendente perché possa cedere all'odio. Avrò tempo per farlo, sono certo che succederà, ma non qui, non adesso. Adesso ci siamo io, il vento, il sole e la vita. Ed è sorprendente vedere quanta vita possa esserci al mondo, mentre noi buttiamo via la nostra per far crescere i fatturati di altra gente. Tengo lo sguardo alto e mi godo ogni volto, li assaporo uno per uno, li punto da lontano e li seguo mentre si avvicinano e a volte spariscono dentro un portone o vengono ingoiati da un negozio. Sono tutti là a zonzo: sovversivi nel loro non contribuire al mito barbaro della produttività. Entro in libreria e mi derubo di un po' di tempo bighellonando tra gli scaffali. Faccio scivolare i titoli sotto agli occhi, salto dai classici ai manuali di cucina indonesiana, sfoglio libri di fotografia e di architettura, poi prendo una raccolta di poesie russe del primo Novecento, mi avvio alla cassa, pago e mi dirigo verso un posto dove poter leggere in pace, all'ombra. Ci lasciamo trasportare dall'ispirazione, io e il mio libro, finché non incontriamo un piccolo parco accanto a un naviglio dove gli alberi mi riparano dal sole ancora alto. Scelgo una panchina a caso e inizio a masticare versi, quando eccola che si ferma e sfila i sandali con un gesto grazioso come quello di una gatta che si lustra il capo con la zampa. La vedo per caso, alzando lo sguardo tra una pagina e l'altra e mentre la osservo immagino che il sole di quel pomeriggio di primavera inoltrata le stia permettendo di illudersi che quella attorno a lei non sia Milano. Minuta, ha indosso una blusa troppo larga per rivelarmi il seno, e pantaloni troppo corti per nascondermi quelle gambe tanto chiare che sembra non abbiano mai visto il sole. Posa i piedi nudi sulla striscia di porfido che si snoda lungo il fianco del naviglio e riprende ad assaporare lo scorrere di ogni metro, mentre passo dopo passo diventa sempre più piccola. Quando sparisce seguendo la piega del corso d'acqua so che non la rivedrò mai più, ma non mi interessa farlo. E sorrido. La sensazione di leggerezza che avevo provato nelle ore precedenti inizia a svanire e non voglio che si dissolva del tutto, non prima che io sia riuscito a rinchiudermi in un posto familiare. Mi affretto attraverso le aiuole e poi in mezzo alla scacchiera di palazzi diretto verso la fermata più vicina, aspetto il primo autobus utile e ci rotolo dentro. Il mezzo è quasi vuoto e il tragitto potrebbe anche non risultare spiacevole se non fosse per un gruppo di ragazzetti che fanno cagnara, seduti nei sedili della fila in fondo e vestiti da parodia di un qualche rapper idiota con la cintura che tiene su le chiappe dal basso. Lascio che mi scorrano davanti agli occhi dei cartelloni pubblicitari e nel frattempo mi rendo conto di essere arrivato alla mia fermata.

Scendo a poche decine di metri di distanza dal portone di casa proprio quando l'ebbrezza è quasi definitivamente sfumata. Divoro la distanza con passi lunghi, le gambe tese, il busto dritto, poi cancello cortile portone ascensore porta di casa e finalmente posso sprofondare. Svuoto con calma le tasche, avvolgo il filo delle cuffie, tolgo il libro dallo zaino e lo lancio sul letto. Mi verso qualcosa da bere senza stare troppo a pensarci e ne prendo una sorsata. È ancora tutto troppo silenzioso, quindi cerco un disco, possibilmente qualcosa di movimentato, ma appena parte la musica iniziano i flashback. Mi tornano in mente scopate, viaggi in macchina, un cappello di paglia comprato l'estate precedente, profumo di pollo alla cacciatora, suoni di risate, gemiti, spezzoni di dialoghi, promesse su promesse. Il mento vibra, le labbra si serrano, il petto si gela e si riscalda e poi si svuota e poi si riempie e via andare. In fondo i nervi hanno retto anche troppo a lungo, di certo più a lungo di quanto mi aspettassi. Questo posto non fa più per me. La casa è impregnata di ricordi e di aspettative e il fatto che non posso restarci ancora è di una ovvietà lampante. Ci sono entrato assieme a lei subito dopo avere accettato quel posto di lavoro, l'ho inaugurata assieme a lei, ci ho vissuto assieme a lei; è ancora piena dei suoi oggetti dei suoi libri dei suoi vestiti. Devo andare via da qui al più presto, ma dove? Snocciolo i pensieri e li rigiro in mente, come fossero le perline dei rosari che certe vecchie ammuffite tormentano con le mani mentre borbottano paternoster inginocchiate sui banchi di una chiesa, quando diventa d'un tratto tutto chiaro e non capisco come ho fatto a non capirlo prima. Mantenevo in vita una relazione imperfetta con una persona che avevo deciso dovesse essere la mia anima gemella, ma che evidentemente non lo era, mentre perdevo otto ore al giorno facendo un lavoro che odiavo. A volte le illuminazioni arrivano dal nulla, come certe frane hanno origine da un solo albero sradicato. Pensavo di aver trovato l'anima gemella a qualche chilometro da casa mia, su un pianeta che conta sette cazzo di miliardi di persone, svariati continenti e un numero di nazioni che non saprei precisare. Ma più probabilmente la mia anima gemella, in questo preciso istante, sta saltando su una mina in Afghanistan o sta subendo violenza da un collega del mio capo nel bordello di uno degli infiniti buchi del culo della terra. E forse queste sono alcune tra le opzioni più consolanti, perché una delle alternative possibili è che proprio adesso, proprio in questo preciso istante, la mia anima gemella stia partorendo il figlio dell'anima gemella di terza scelta della quale si è accontentata, come anch’io stavo rischiando di fare.

La decisione è presa e la sensazione di libertà che avevo provato in precedenza è ritornata accresciuta. Potevo partire, dovevo partire. Non importava verso dove e a fare cosa. Ero libero.


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